Performance

Nell’errore trova il motivo, non il colpevole

Perché giustificazioni e accuse non aiutano a comprendere

“Nell’errore trova il motivo, non il colpevole.”

È una frase condivisibile, suona vera, giusta, logica. Quasi ovvia.

Eppure, nella pratica, è una delle cose più difficili da fare.

Perché quando qualcosa va storto, l’errore (per noi esseri umani) non è solo un fatto da analizzare.

È anche qualcosa che ci tocca sul personale.

Ed è lì che il discorso si complica.

Perché mette in discussione:

  • come ci vediamo,

  • come ci percepiamo,

  • il valore che attribuiamo a noi stessi.

In teoria vorremmo capire cosa è successo. In realtà, molto spesso, il primo impulso è difenderci.

Cerchiamo spiegazioni immediate, giustificazioni.

Oppure un responsabile.

Non per cattiveria, non per mancanza di intelligenza.

Ma perché l’errore, in prima battuta, non viene percepito come un problema operativo, viene vissuto come una minaccia identitaria.

Quando sbagliamo, anche in modo piccolo, qualcosa dentro di noi reagisce.

Il bisogno non è più capire: è non sentirsi messi in discussione.

E per far sì che questo non capiti entrano in gioco giustificazioni e accuse, e lo facciamo dimenticandoci che esse non le stiamo usando per capire, ma per difendere la nostra identità.

  • Nel momento in cui mi giustifico, sto dicendo: “non è davvero colpa mia”.

  • Nel momento in cui accuso, sto dicendo: “il problema è altrove”.

In entrambi i casi, l’errore smette di essere un’informazione utile e diventa qualcosa da neutralizzare il più in fretta possibile.

Il paradosso è che questo comportamento ci fa sentire meglio sul momento, ma ci toglie esattamente ciò che ci servirebbe davvero: la possibilità di comprendere.

  • Cercare il colpevole chiude il discorso.

  • Trovare il motivo lo apre.

Ma aprirlo richiede una cosa che raramente viene allenata: la capacità di restare sull’errore senza difendersi subito.

Non per colpevolizzarsi, non per assolversi ma per osservare.

Questo è il punto in cui entra in gioco la maturità.

  • Una persona immatura tende a vivere l’errore come un attacco.

  • Una persona più matura riesce a viverlo come un dato.

La differenza non sta nel fatto che una sbagli meno dell’altra.

Sta nel modo in cui attraversano ciò che non funziona.

Finché l’energia viene spesa per proteggere l’immagine di sé, non ce n’è abbastanza per capire davvero cosa è successo.

Ed è per questo che molte persone continuano a ripetere gli stessi errori, pur avendo tutte le competenze per evitarli.

Non perché non capiscano, ma perché non riescono a stare abbastanza a lungo nel punto scomodo.

“Nell’errore trova il motivo, non il colpevole” non è quindi un invito alla tolleranza.

È un invito alla lucidità.

Significa spostare lo sguardo da “chi ha sbagliato” a “perché è stato possibile sbagliare” e farlo prima che le difese prendano il controllo.

  • Non è facile.

  • Non è immediato.

Ma è lì che inizia la crescita reale.

Perché finché l’errore serve solo a difendersi, non insegna nulla.

Quando invece smette di essere una minaccia e torna a essere un’informazione, diventa uno dei pochi strumenti davvero utili per migliorare come professionisti e come persone.

Imparare a stare sull’errore senza difendersi non è una dote naturale.

È una competenza che si costruisce nel tempo.

In Balance lavoriamo con professionisti, team e PMI proprio su questo livello: aiutiamo le persone a sviluppare maggiore lucidità, responsabilità e maturità nel modo in cui affrontano ciò che non funziona, senza trasformare l’errore in colpa o in alibi.

Perché la crescita reale non nasce dall’assenza di errori, ma dalla capacità di attraversarli senza smettere di capire.